La reputazione di una città è un bene immateriale ma dal valore inestimabile
La reputazione di una città è un bene immateriale: non si tocca, non si compra come un edificio, non si misura come un chilometro di strada, eppure condiziona tutto.
Incide su quante imprese scelgono di insediarsi, su quali eventi
decidono di approdare, su quanti visitatori la preferiscono rispetto ad altre
mete, e persino su quante famiglie la considerano un posto affidabile in cui
vivere e progettare il futuro. Quando una città gode di una reputazione solida,
attira risorse con maggiore facilità, riduce la diffidenza, aumenta la capacità
di fare rete e costruisce fiducia. Al contrario, quando la reputazione si
indebolisce, ogni investimento costa di più, ogni progetto è più fragile, e
anche le cose buone rischiano di passare inosservate o di non essere credute.
Per City
Reputation, ragionare su questo
tema significa osservare le città come organismi complessi, in cui la
percezione degli stakeholder non è un dettaglio comunicativo, ma un vero
indicatore di competitività e tenuta sociale.
In
questo quadro, la sostenibilità urbana non è soltanto una parola da documenti
ufficiali: è un criterio di equilibrio. Possiamo intenderla come l’insieme
delle attività economiche e sociali svolte entro la capacità di carico
dell’ambiente locale, a beneficio della popolazione che quel territorio lo
abita e lo fa funzionare ogni giorno. Quando una città gestisce bene le proprie
risorse, limita gli sprechi, riduce i rischi e garantisce opportunità reali,
costruisce un capitale di credibilità nel tempo. In altre parole, consolida una
reputazione che non dipende da una singola campagna o da un evento eccezionale,
ma dal modo in cui la città risponde, con continuità, alle aspettative di chi
la vive e di chi la osserva da fuori.
Un’analisi
condotta su un campione internazionale di 62 città, con osservazioni
distribuite tra il 2015 e il 2018, conferma un punto che spesso viene intuito
ma non sempre dimostrato con chiarezza: la sostenibilità è un fattore
determinante della reputazione urbana. Non in modo generico, ma attraverso le
sue tre dimensioni principali, che vengono comunemente lette nella prospettiva
“triple bottom line”: sostenibilità sociale, sostenibilità economica e
sostenibilità ambientale. Ognuna di queste componenti contribuisce, in maniera
positiva, a rafforzare la reputazione percepita della città. La conseguenza è
netta: non basta apparire attrattivi, bisogna esserlo nei processi quotidiani
che fanno la qualità della vita, l’affidabilità istituzionale e la capacità di
mantenere promesse nel medio-lungo periodo.
Per
comprendere il senso di questa relazione, è utile partire dalla definizione di
reputazione urbana come insieme di percezioni degli stakeholder sulla capacità
della città di soddisfare interessi e aspettative differenti. In una città
convivono residenti, famiglie, imprese, investitori, studenti, turisti,
operatori culturali, istituzioni, professionisti e lavoratori che ogni giorno
richiedono servizi, opportunità, stabilità e sicurezza. Le attese cambiano in
base alle condizioni sociali e culturali di chi le formula: chi vive in città
può chiedere servizi sanitari e trasporti efficienti, chi investe può cercare
regole chiare e infrastrutture, chi visita vuole un’esperienza autentica e ben
organizzata. La reputazione nasce dal modo in cui questi gruppi leggono i
“segnali” della città e trasformano quei segnali in aspettative sul futuro.
In
passato, molte ricerche hanno sottolineato come alcuni elementi possano
influenzare l’immagine e la reputazione di una città: ospitare grandi eventi
internazionali, diventare capitale culturale, puntare su architetture
simboliche, attirare sedi di organizzazioni prestigiose. Sono leve reali, ma
spesso intermittenti. Un evento può generare un picco di attenzione e poi
lasciare un vuoto. Un edificio iconico può diventare cartolina senza cambiare
la vita concreta nei quartieri. Una città può vincere una competizione di
visibilità e perdere la partita della coesione. Proprio qui si inserisce l’idea
che la sostenibilità, legata ai meccanismi ordinari e alla gestione costante,
possa incidere in modo più profondo sulla reputazione, perché tocca la
quotidianità e la previsione: la città appare credibile se dimostra di saper
durare.
Le
città, infatti, sono diventate il centro delle attività umane: la crescita
demografica e la concentrazione urbana aumentano la pressione su servizi,
infrastrutture, spazi e risorse ambientali. In questo scenario, la
sostenibilità assume un valore di governo: significa gestire il presente senza
compromettere il domani. Non è solo un obiettivo morale, ma una strategia di
resilienza. Le stesse Nazioni Unite, con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile
adottati nel 2015, hanno indicato un obiettivo specifico dedicato alle città e
agli insediamenti umani: renderli inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili.
Questo orientamento riconosce che l’urbanizzazione produce opportunità, ma
anche rischi, e che la qualità della risposta istituzionale diventa un elemento
reputazionale.
La
sostenibilità urbana, letta nei suoi tre pilastri, rende più chiaro come si
costruisce reputazione. La sostenibilità economica riguarda la capacità di
utilizzare le risorse in modo produttivo a beneficio della comunità nel lungo
periodo, senza impoverire la base naturale che la sostiene. È una dimensione
che parla di lavoro, connettività, infrastrutture, facilità di fare impresa,
capacità di attrarre e gestire turismo, qualità della mobilità e della
logistica. Quando una città dà l’impressione di essere un ecosistema economico
ordinato, accessibile e non ostile, produce aspettative positive: le persone
immaginano che lì si possa crescere, trovare opportunità, costruire progetti.
La reputazione, in questo caso, non è soltanto simpatia: è previsione di stabilità.
La
sostenibilità sociale, invece, riguarda equità, inclusività e capacità della
città di garantire condizioni di base per relazioni sane e democratiche. Qui
entrano temi come istruzione, salute, demografia, disuguaglianze di reddito,
accessibilità economica, equilibrio tra lavoro e vita privata, criminalità e
sicurezza. Sono fattori che determinano quanto una città sia vivibile e quanto
le opportunità siano distribuite. Una città può essere ricca e tuttavia
socialmente fragile: se l’accesso ai servizi è diseguale, se la percezione di
sicurezza è bassa, se le famiglie faticano a restare, la reputazione ne risente
perché la città appare come un luogo dove il benessere è selettivo e instabile.
Al contrario, quando le politiche sociali funzionano e il contesto è percepito
come giusto, la città invia un segnale potente: qui il futuro è possibile per
più persone, non solo per pochi.
La
sostenibilità ambientale, infine, riguarda l’impatto del consumo e della
produzione urbana sulla salute della città e sul suo ecosistema, includendo la
capacità di prevenire rischi ambientali, garantire spazi verdi, gestire
energia, limitare inquinamento e emissioni, organizzare rifiuti, acqua potabile
e servizi igienico-sanitari. È la dimensione che spesso viene celebrata con
slogan, ma che nella pratica si vede nei dettagli: aria respirabile, trasporti
meno invasivi, quartieri non soffocati dal traffico, resilienza ai fenomeni
climatici estremi, cura degli spazi pubblici. Quando questa dimensione è
credibile, la città comunica responsabilità verso le generazioni future, e
questo rafforza reputazione perché suggerisce cura, competenza e capacità di
governo.
L’idea
centrale è che gli stakeholder trasformano la sostenibilità in un segnale
informativo: osservano come la città gestisce le proprie risorse e da lì
deducono se sarà in grado di soddisfare interessi e aspettative anche domani.
La reputazione, in questa lettura, non è un premio estetico, ma un giudizio
anticipatorio. Se una città dimostra equilibrio sociale, dinamismo economico e
responsabilità ambientale, chi la valuta tende a costruire aspettative
positive, e dunque a considerarla più affidabile.
Dal
punto di vista metodologico, lo studio su cui si basa questa sintesi utilizza
come misura della reputazione un indice noto a livello internazionale, basato
su valutazioni di stakeholder, con un punteggio normalizzato tra 0 e 100. La
reputazione viene associata non solo a indicatori economici, ma anche a
elementi come qualità dell’ambiente urbano, efficacia del governo, sicurezza,
infrastrutture, attrattività culturale e istituzionale. La sostenibilità viene
invece misurata tramite un indice che considera, con logiche comparabili, le
tre dimensioni People, Planet e Profit, traducendole in indicatori concreti e
verificabili. Questo aspetto è importante perché evita che la sostenibilità
venga intesa come dichiarazione d’intenti: la mette dentro numeri e confronti,
costringendo a ragionare su ciò che accade davvero nelle città.
I
risultati, in modo coerente, indicano che ciascuna dimensione della
sostenibilità ha un effetto positivo sulla reputazione. Social, environment ed
economy si muovono tutte nella stessa direzione: quando migliorano, la
reputazione tende a rafforzarsi. Questo vale sia nelle analisi su campione
complessivo sia in approcci che considerano le osservazioni come dati panel in
più anni. La conclusione è robusta: la reputazione urbana non si costruisce
solo con un’operazione di visibilità, ma con un lavoro continuo sulle
condizioni che rendono una città sostenibile.
Un
altro elemento interessante riguarda alcune variabili di contesto che, pur non
essendo “sostenibilità” in senso stretto, influenzano la reputazione. Ad
esempio, la collocazione costiera tende ad avere un impatto positivo: il mare è
percepito come risorsa naturale e culturale, associata a qualità della vita e,
spesso, a opportunità economiche legate a scambi e turismo. Allo stesso tempo,
il livello di democrazia del Paese appare collegato a reputazioni urbane più
forti: quando le istituzioni sono percepite come solide e le libertà garantite,
gli stakeholder immaginano una maggiore capacità di tutela dei propri
interessi, dunque una città più affidabile. Esiste anche un effetto legato alla
situazione finanziaria del Paese misurata con il rapporto debito/PIL, che può
essere interpretato come indicatore di disponibilità di risorse nel breve
periodo: non è un giudizio assoluto, ma suggerisce che la percezione di
capacità di spesa pubblica può influenzare, almeno temporaneamente, la
reputazione delle città.
C’è
poi un dato controintuitivo ma significativo: essere capitale del Paese tende a
correlarsi negativamente con la reputazione. Una possibile spiegazione è la
maggiore esposizione mediatica: le capitali sono più osservate, più discusse,
più bersagliate da critiche e narrazioni negative, e ciò può ridurre l’effetto
delle notizie positive. In un ambiente informativo in cui gli episodi critici
hanno spesso maggiore risonanza, l’attenzione costante può diventare un costo
reputazionale. Allo stesso modo, l’idea che ospitare grandi eventi
internazionali garantisca automaticamente reputazione non trova conferma
stabile: l’effetto può essere ambiguo, talvolta non duraturo, talvolta persino
controproducente, perché un evento può amplificare problemi organizzativi,
tensioni sociali o percezioni di spreco.
La
lettura complessiva, quindi, sposta l’attenzione dalla reputazione “da
palcoscenico” alla reputazione “da gestione”. Non è che gli eventi non contino,
ma da soli non bastano, e se non sono sostenuti da politiche coerenti possono
diventare fuochi artificiali: belli, ma brevi. La sostenibilità, invece,
costruisce un circuito virtuoso. Se una città migliora i servizi e riduce
disuguaglianze, aumenta la vivibilità, rende più semplice fare impresa senza
compromettere ambiente e coesione, allora la reputazione cresce e con essa
cresce anche la capacità della città di attrarre risorse per migliorarsi
ulteriormente. È un ciclo: reputazione e sostenibilità si alimentano, ma
l’innesco, spesso, è la gestione concreta.
Per
City Reputation, questo significa una cosa semplice e impegnativa: la
reputazione urbana si difende e si costruisce non solo raccontando la città, ma
governandola bene. Le autorità locali dovrebbero considerare la sostenibilità
come una leva strategica quotidiana: non un capitolo separato del programma, ma
il criterio con cui leggere decisioni su trasporti, scuola, sanità, sicurezza,
lavoro, spazi pubblici, politiche abitative e pianificazione. L’obiettivo non è
“apparire sostenibili”, ma rendere la città capace di restare stabile e
credibile nel tempo, perché la reputazione, quando è forte, non nasce da un
singolo successo: nasce dalla continuità.
Naturalmente,
ogni ricerca ha limiti, e un punto da considerare è che il campione analizzato
riguarda città grandi, spesso già sotto i riflettori globali. Questo lascia
spazio a future analisi su città medio-piccole, dove la reputazione può avere
dinamiche diverse e dove alcune politiche possono produrre effetti più rapidi o
più visibili. Resta aperta anche la domanda su quali politiche specifiche
incidano di più su ciascun pilastro: quali interventi migliorano davvero la
sostenibilità sociale senza generare costi insostenibili, quali scelte
ambientali sono più efficaci nel ridurre rischi e aumentare benessere, quali
strategie economiche producono sviluppo senza consumare capitale naturale e
coesione.
Ma
la direzione è chiara: la reputazione urbana non è solo un risultato, è un
processo. È la somma delle aspettative che una città riesce a generare e
mantenere. E oggi le aspettative sono sempre più legate a come una città tratta
le persone, come protegge il territorio, come crea opportunità reali. La
sostenibilità, quando è ben governata, diventa un linguaggio comprensibile a
tutti gli stakeholder: dice che la città non vive alla giornata, che sa gestire
la complessità e che, soprattutto, sa costruire fiducia. In un contesto
competitivo in cui le città cercano abitanti, investimenti e occasioni, la
fiducia è la valuta più rara. E la sostenibilità, più di molte campagne, è uno
dei modi più solidi per meritarla.
Domande frequenti
Che cos’è la reputazione di una città?
Perché la reputazione è un bene “immateriale” ma decisivo?
Che relazione c’è tra sostenibilità e reputazione urbana?
Quali sono i tre pilastri della sostenibilità urbana?
In che modo la sostenibilità sociale migliora la reputazione?
In che modo la sostenibilità economica incide sulla reputazione?
In che modo la sostenibilità ambientale entra nella reputazione?
I grandi eventi (Expo, Olimpiadi) migliorano sempre la reputazione?
Perché essere capitale può avere un impatto negativo sulla reputazione?
Cosa dovrebbe fare un’amministrazione per costruire reputazione nel tempo?
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